40 anni al Regina Coeli

Padre Vittorio Trani da quarant’anni cappellano del Regina Coeli: il 17 dicembre tra gli animatori di “Bolle di Natale” per i figli dei carcerati

40 anni al Regina Coeli

Gio 30 Nov 2017 | di Angela Iantosca

Acqua e Sapone

«Per un sacerdote il carcere è uno spazio pastorale unico. Bisogna avere davvero il senso del bene dell’altro, che va perseguito sempre al di là della storia che c’è alle spalle». Padre Vittorio Trani, francescano dei conventuali della provincia di Roma, è il cappellano del carcere Regina Coeli dal 1978, dopo un’esperienza di alcuni anni a Rebibbia. «Quando sono arrivato in questo carcere giudiziario di prima accoglienza maschile, ho provato a coordinare il volontariato nelle carceri. Questo è stato possibile fino al 1986. Poi a Rebibbia è nato un gruppo a se stante e io sono rimasto a coordinare il gruppo qui, che è cresciuto sempre più, anche ‘grazie’ a Mani Pulite».

Perché?
«È una cosa strana, ma Mani Pulite ha avvicinato alla realtà carceraria persone che non conoscevano il carcere, che non sapevano cosa significasse vivere in un luogo chiuso e che non pensavano che fosse una realtà che poteva riguardare tutti. Da allora basta annunciare che si organizza un corso per diventare volontario che arriva gente! Comunque ora siamo circa 110 volontari nell’associazione Vo.Re.Co. (Volontari Regina coeli – ndr)».
Che tipo di attività organizzate?
«Ci sono due campi: da una parte ci sono i sacerdoti che fanno catechesi, dall’altra i volontari che stanno vicini ai detenuti. Ogni gruppo è formato da due o tre persone, in ogni settore, che sono dieci, lavorano tre o quattro gruppi che lavorano in un settore: se c’è bisogno di qualcosa i detenuti presentano a questo gruppo quella che si chiama la domandina e poi sarà la segreteria a preparare le schede e a portare avanti le richieste. Altri volontari fanno attività di animazione». 
Lavorano i carcerati?
«Per quanto riguarda il lavoro, fino al 1975 al Regina Coeli, anche se era un carcere di prima accoglienza, il detenuto veniva ricompensato con un salario basso e di lavoro ce n’era tanto: c’erano la carrozzeria, la tipografia, il panificio. Poi ci fu la riforma che stabiliva che lo stipendio di un detenuto non poteva essere inferiore di due terzi rispetto a quello di una persona libera e questo ha portato allo svuotamento delle attività. Adesso il detenuto si occupa delle pulizie, uno fa lo scrivano, uno pulisce. Ma sono pochissimi quelli che lavorano. Poi qualcuno lavora in cucina». 
Il carcere è solo privazione di libertà?
«Il carcere dovrebbe essere solo la privazione della libertà e dovrebbe garantire la conservazione di tutto il resto. Invece è uno spogliamento totale di quasi tutti i diritti. Da quando ti arriva quel pezzo di carta, che ti informa che sei in stato di arresto, non hai più diritto di dire qualcosa, comincia una condizione da declassato. Si perde la libertà e il mondo affettivo, perché puoi vedere tua moglie e i bambini una volta a settimana. Se devi essere ricoverato, poi, comincia il rifiuto degli ospedali, perché diventi una persona rognosa. Inizia uno status di semi-morti. E tutto questo viene inevitabilmente esasperato con la crisi economica: se in tribunale mancano i soldi per comprare una risma di carta, figuriamoci in carcere».
È un luogo in cui è possibile una redenzione? 
«La verità è a metà. Chi arriva qui già è un disperato. Il carcere non fa che rendere più difficile poi la possibilità di trovare un lavoro, una volta usciti. Quando venne pensato il carcere come pena fu un grande passo avanti. Oggi si constata che è una cosa che non permette di essere strumento di rinascita… Poi si scimmiotta a mettere un po’ di psicologi e un po’ d’aiuto, ma la struttura in sé non è strumento per crescere. Se c’è una struttura negata per aiutare una persona è proprio il carcere!».

Cosa offrite ai carcerati una volta usciti?
«Abbiamo una piccola struttura di appoggio. I detenuti che escono e non hanno famiglia si appoggiano qui. Dopo un poco di giorni ristabiliscono rapporti con il mondo esterno e si organizzano». 

Ci sono tanti carcerati di religione non cristiana. Come vi rivolgete a loro?
«La fotografia è questa: essendo un carcere di prima accoglienza, a partire dagli anni Novanta è diventato un carcere, insieme a San Vittore, con maggioranza di detenuti stranieri. Il 65/70% è straniero. Questa massa di stranieri viene da non meno di 60 Nazioni. Fino al 1991 la maggioranza era di provenienza nord africana. Fino al 2000 albanese. Dopo il 2000 rumena. Detto questo, la linea pastorale mia e di tutti è di rapportarsi con tutti i detenuti come persone, senza distinzioni. C’è una serie di attività uguale per tutti e loro la percepiscono così. Poi c’è l’aspetto religioso. Come atteggiamento è di essere molto riservati sotto quel profilo. Aspettiamo che sia l’altro a fare il passo. Questo per evitare l’imposizione: non abbiamo l’ossessione di fare gli adepti. Per esempio, io mi occupo di procurare il corano ai musulmani, perché è giusto che se lui vuole deve avere ciò che vuole». 
In quarant’anni ha visto migliaia di persone? 
«Migliaia di volti, sì, ed ogni storia è la storia. Mi rifiuto di considerare i paperoni che arrivano qua. Per me sono tutti Mario Rossi e ogni storia è la storia di una privazione».    
2017-12-09T15:35:18+00:00Dicembre 9th, 2017|