Roma: Padre Vittorio Trani “i detenuti oggi? come i lebbrosi ai tempi di San Francesco”

Roma: Padre Vittorio Trani “i detenuti oggi? come i lebbrosi ai tempi di San Francesco”

di Giuliano Cattabriga

frammentidipace.it, 3 ottobre 2017

“Che la sentenza sia temporanea o meno, il detenuto viene bollato dalla società”. A Roma vicino al Tevere, sopra ciò che resta di un convento, oggi sorge il carcere di prima accoglienza Regina Coeli dove arrivano ogni giorno le persone arrestate sul territorio di competenza del Tribunale di Roma.

Tra le circa 1000 persone che abitano questo penitenziario, vi sono soprattutto detenuti in attesa di giudizio, per i quali è un luogo di passaggio, mentre per circa 150 di loro la sentenza è definitiva. Che la sentenza sia temporanea o meno, il detenuto viene “bollato” dalla società, rischia di perdere la sua identità custodita in ogni storia di vita e la dignità è l’unica via d’uscita da un carcere, che è fatto di pregiudizi.

Lo sa bene padre Vittorio Trani, che dal 1972 è impegnato come cappellano nelle carceri romane: i primi tre anni a Rebibbia, poi dal 1978 ha la cura pastorale del penitenziario trasteverino. Con Frammenti di Pace ha voluto fare un bilancio di questa sua esperienza e aprire quelle porte del carcere che spesso l’indifferenza tende a chiudere.

Padre Vittorio, sa quanti anni è cappellano a Regina Coeli? In che cosa consiste la sua assistenza e quali tipi di persone ha incontrato?

Svolgo servizio come cappellano della Casa Circondariale di Regina Coeli dall’1 settembre 1978. Sono il “parroco” di un contesto particolare dove circa la metà dei parrocchiani sono soggetti privi di libertà, mentre l’altra metà si “occupa di loro”, svolgendo diverse mansioni: direttori agenti, medici, operatori di vario tipo. Complessivamente è una parrocchia con circa 2.000 fedeli. Pensando alle persone che ho incontrato, forse è più facile dire chi non ho incontrato. Se mettiamo in fila trentotto anni e, per ognuno di questi anni, immaginiamo di vedere sfilare intorno a 5000 detenuti, si potrebbe vedere una città medio-grande. Ho visto di tutto, anche se la maggioranza di coloro che approdano al carcere sono giovani tra i 18 e i 35 anni. Dalla fine degli anni novanta, qui a Regina Coeli, si ha una presenza straniera che raggiunge anche il 60-65% dei ristretti.

Seguire il cammino tracciato da san Francesco, come la aiuta nel servizio?

Dire San Francesco, è dire il santo che ha incarnato al massimo grado l’impegno di carità e di attenzione verso i fratelli in difficoltà. L’incontro con il lebbroso è l’evento che orienta la sua nuova esistenza, dove i fratelli più emarginati divennero i suoi prediletti. Scelse di vivere a Rivotorto per poter servire i fratelli che erano nel vicino lebbrosario. Il servizio ai detenuti, oggi, si nutre anche di queste profonde motivazioni che sono alla base della spiritualità francescana. Nel quadro della cultura attuale, i detenuti sono un po’ come i lebbrosi del tempo di San Francesco, da avvicinare così come Francesco avvicinava i lebbrosi presso Rivotorto. Sotto le piaghe fisiche e anche morali del lebbroso, vedeva e serviva sempre Cristo. Credo che sia questo il punto di partenza anche per chi opera in un carcere, dove le miserie che si incontrano sono tantissime. Lo sguardo deve essere lo stesso di Francesco: ogni detenuto è un fratello scomodo con il quale Cristo si identifica: “Ero in carcere e tu ti sei occupato di me…”.

Incontrando gli “imperdonabili”, si impara a perdonare?

Gli “imperdonabili” si trovano solo nel vocabolario di chi si muove in un quadro di vita dove il messaggio di Gesù rimane fuori. Per un credente le cose stanno in modo diverso. Il metro di un credente si trova nel dialogo tra il buon ladrone e Cristo, da cui esce la novità del perdono totale e dell’ingresso nella vita.

 

Ci sono storie che l’hanno colpita più di altre?

Ogni incontro è importante, prescindendo dalla storia che è alle spalle della persona che si ha di fronte. I fatti riguardano i magistrati, la polizia. Al sacerdote interessa la persona: che sia un ladro di polli o un mascalzone matricolato, per il sacerdote è indifferente. Quello che importa è che quest’uomo “si ritrovi”, riprenda in mano la sua vita, metta ordine nel cuore, nella testa, nei rapporti. Su questo versante penso alle “storie”, quelle vere, dove l’esperienza detentiva, spesso, dà il “là” a nuovi percorsi di vita. Quando comincia questo ravvedimento, allora cominciano le “vere storie”, interessanti e piene di speranza. E sono tante, più di quante uno possa pensare.

 

Grazie a Dio, non è solo in questo servizio…

Negli anni è cresciuto il numero dei volontari che affiancano i cappellani nel lavoro pastorale. Il mio gruppo è il Vo.Re.Co (Volontari Regina Coeli), fondato nel 1978. Attualmente sono più di 110. In carcere la collaborazione dei volontari è preziosissima. Senza di loro sarebbe impossibile pensare di portare avanti un impegno pastorale che abbraccia tantissimi aspetti: religioso, culturale, di sostegno. Il carcere è come una parrocchia e qui offriamo, sostegno morale e materiale ai detenuti indigenti e privi di riferimenti esterni fuori dal carcere, organizziamo iniziative per sensibilizzare la società civile sulle problematiche della giustizia. Inoltre accogliamo nel “Centro Vo.Re.Co” (A Roma, in via della Lungara, 141/a) persone disagiate ed ex detenuti e aiutiamo anche le famiglie bisognose del territorio. Infine, oltre a piccoli progetti di formazione, realizziamo ogni anno un corso di formazione di tre mesi per chi vuole fare il volontario in carcere col giusto approccio.

 

Quanto è importante che i laici cristiani, ma in generale tutta la società, si aprano all’incontro con questo tipo di realtà spesso dimenticata o criticata?

I pregiudizi da superare sono anche nelle teste dei cristiani. Cristo si è identificato anche con chi si trova a vivere l’esperienza detentiva. È uno dei “picchi” della novità della buona novella. È scomodo occuparsi di chi ti ha derubato o fatto del male, ma la sua logica punta al “cuore” non alla povertà della persona o alla sua miseria. Dinanzi al ladrone pentito, Gesù apre le porte del Paradiso. Quando si rivolge l’attenzione a queste sacche della “povertà”, allora si comincia a ragionare secondo il Vangelo; non da buonisti, la legge deve fare il suo corso; ma da persone attente ad aiutare il fratello a risalire la china. E questo è possibile, avvicinandosi a lui e guardarlo con la novità che Cristo ci mette nel cuore.

 

Portare speranza a chi è disperato, può aiutare a recuperare chi è considerato irrecuperabile?

Credo che la speranza sia uno dei semi più preziosi da spandere all’interno di una realtà come il carcere. Ritrovare la forza di guardare avanti con fiducia, anche quando il percorso è pesante perché si è privi di libertà, di affetti, di dignità e quando si è dentro una quotidianità conflittuale, per mille ragioni, è come celebrare il superamento dello stato detentivo. E l’operatore pastorale (sacerdote o volontario) ha infinite risorse per far sentire il messaggio che rinnova e dà fiducia.

 

Quale consiglio o indicazione darebbe ai politici e agli amministratori locali per migliorare il recupero dei carcerati?

Non mi sento di dare consigli a nessuno. Solo un appello fraterno: ognuno, nel proprio ruolo, si impegni a fare il massimo affinché queste realtà sociali migliorino sotto ogni punto di vista. I politici, gli amministratori possono fare molto per migliorare le leggi e le condizioni di vita dei detenuti. Hanno un compito delicatissimo e impegnativo. Non dovrebbero dimenticarlo mai.

2017-10-04T14:26:31+00:00Ottobre 4th, 2017|